Il gattopardo parte 1

Oggi vi parlerò dell'ultimo libro che ho letto, ossia Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. La mia è più una raccolta di impressioni che una critica letteraria sull'opera di cui onestamente non mi sento all'altezza. 

Questo libro è da sempre associato al famoso motto detto da Tancredi, il nipote del protagonista Fabrizio Salina ossia "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi". La trovo una verità sacrosanta, che è stata più volte confermata dalla storia: non c'è niente di meglio di una apparente rivoluzione per non perdere lo status quo e i propri privilegi. 

Tale principio valeva sia agli albori della creazione dello Stato Italiano (a questo evento si riferiva la frase in questione) che oggi. Il popolo era in fermento per Garibaldi perché presto avrebbe "liberato" la Sicilia dal dominio del Re borbone inaugurando un periodo di prosperità e progresso. Nulla di tutto ciò avvenne, fu questo un cambio di potere come tanti altri avvennero nei millenni precedenti in Sicilia. Questo lo sappiamo noi ma ne era consapevole anche Fabrizio Salina, il quale aveva compreso quanto fosse inutile la strenua difesa della monarchia. Se la sua casata voleva sopravvivere era necessario non opporsi a questo apparente cambiamento e anche votare a favore della Repubblica. 

Per una mera questione di calcolo Salina acconsente a far sposare il nipote squattrinato con una rappresentante della nuova borghesia. Questa però è solo la sfarzosa cornice su cui si muove il Gattopardo, è una parte rilevante dell'opera certo ma non l'unica che merita attenzione. 

Salina appare come una persona austera, capace di provare al massimo brevi emozioni ma non reali sentimenti. Non ha mai mostrato affetto verso la sua famiglia, tranne per Tancredi nel quale rivedeva se stesso e anche perché era l'unico che osava sfidarlo e dirgli esattamente ciò che pensava. 

Questa incapacità non è però segno di malvagità, bensì l'espressione di un vuoto interiore di cui Salina è consapevole, pur se cerca in ogni modo di non far affiorare mai troppo alla coscienza questo pensiero. Egli è un nobile come tanti altri eppure li annoia la loro compagnia perché non li ritiene suoi pari, mancano del suo acume. 

Il protagonista rifugge il più possibile la vita e tutti i problemi che la stessa può comportare, preferisce perdersi nell'osservazione delle stelle e dei quadri in cui sono dipinti i possedimenti ormai perduti di casa Salina. 

Di tutto ciò è emblematico il momento in cui dice "Ho settantatré anni, all'ingrosso ne avrò vissuto, veramente vissuto, un totale di due...tre al massimo". I restanti settant'anni invece erano stati noia e dolore ed è chiaro che questo modo d'essere non poteva non riflettersi anche sulla sua prole. 

Molto altro vorrei dire, ma temo di essermi dilungato un po' troppo, magari aggiungerò quanto manca a questa mia esposizione in un secondo momento.

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